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Referendum: Bonelli, Dopo Nucleare Governo Attacca Anche Acqua

(ASCA) - Roma, 21 apr - ''Dopo il nucleare il governo sta lavorando ad un provvedimento legislativo per far decadere anche il referendum contro la privatizzazione dell'acqua, come confermano le dichiarazioni del sottosegretario Saglia e quelle del ministro Romani''. Lo denuncia il presidente nazionale dei Verdi Angelo Bonelli che aggiunge: ''E' in atto un gravissimo esproprio di democrazia e dei diritti che la Costituzione assegna ai cittadini attraverso lo strumento del referendum. Il governo sta rubando agli italiani il diritto di esprimersi direttamente su due questioni -acqua pubblica e nucleare- vitali per il futuro del Paese''. ''Mai nella storia della repubblica e' accaduto che si approvassero strumentalmente e in modo truffaldino provvedimenti che hanno come unico scopo quello di far saltare i referendum -prosegue il leader ecologista-. Acqua e Nucleare hanno un valore di oltre 100 miliardi di euro che le grandi multinazionali dell'energia e dell'acqua intendono spartirsi prelevandoli dalle tasche dei cittadini''. ''Si tratta di un fatto gravissimo e per questa ragione ci appelliamo al Presidente della Repubblica Giorgio Napolitano affinche' sia garantito il diritto al voto chiesto da oltre 2 milioni di italiani, a partire dal nucleare -conclude Bonelli-. L'approvazione di norme strumentali che hanno come obiettivo l'esproprio del diritto al referendum non fanno venir meno l'esigenza di svolgere le consultazioni popolari''.

Parte la campagna «Patagonia senza dighe»

OGGI ACCADRA'. Parte la campagna «Patagonia senza dighe»
Luca Manes Crbm
[21 Settembre 2010]

Oggi a Roma la conferenza stampa di presentazione della campagna, lanciata in Cile da 71 organizzazioni e in Italia da un nutrito gruppo di realtà della società civile, a partire dai movimenti per la difesa dell'acqua bene comune. Una delegazione sarà in Patagonia tra fine ottobre e inizio novembre

È stata lanciata oggi a Roma la campagna italiana Patagonia senza dighe. A raccogliere l’appello rivolto dalle 71 organizzazioni che compongono la coalizione internazionale del Consiglio per la Difesa della Patagonia un nutrito gruppo di realtà della società civile italiana formato da Aktivamente, Asal, A Sud, Campagna per la riforma della Banca mondiale, Centro di Documentazione sui Conflitti Ambientali, CEVI, Comitato Italiano per il Contratto mondiale sull’Acqua, Forum italiano dei movimenti per l’acqua, Ass. No. Di, Servizio civile internazionale.
La campagna si oppone alla costruzione di cinque mega dighe in uno degli angoli più remoti ed impervi della Patagonia cilena, nella regione meno densamente popolata del paese che ha preso il nome di Aysen, dal termine mapuche achen. È in quel meraviglioso angolo di mondo, vero paradiso per gli appassionati di montagna e della natura più in generale, tra cascate mozzafiato e canyon formatisi nel corso di milioni di anni, che si sta pianificando la realizzazione degli impianti idroelettrici, dal costo totale di oltre cinque miliardi di dollari, che dovrebbero imbrigliare il corso del Baker e del Pascua, due fiumi «ancestrali», in quanto da milioni di anni le loro acque partono dalle Ande per poi finire la loro corsa nell’Oceano Pacifico. Il consorzio costruttore è composto da compagnie locali, canadesi, spagnole fra cui spicca il nome dell’Endesa, controllata dell’italiana Enel.
«Non sappiamo nemmeno quante siano le grandi dighe nel mondo, sicuramente sono decine di migliaia e hanno contribuito a stravolgere e devastare interi territori» ha dichiarato Caterina Amicucci della Campagna per la riforma della Banca mondiale. «Non possiamo ignorare la richiesta che ci è giunta dalle organizzazioni cilene, non solo perché a essere coinvolta è un’azienda italiana, l’Enel, per oltre il 30 per cento di proprietà statale, ma anche perché il caso delle dighe in Patagonia è paradigmatico di un modello di sviluppo errato e dannoso» ha spiegato la Amicucci.
Juan Pablo Orrego, portavoce del Consiglio di Difesa della Patagonia Cilena, ha denunciato come «in Cile il diritto all’acqua è stato letteralmente rubato alla popolazione durante la dittatura di Augusto Pinochet; la costituzione promulgata in quegli anni e l’annesso Codice dell’Acqua hanno di fatto regalato le risorse idriche del paese al settore privato, ragione per cui l’Endesa, dal febbraio 2009 controllata dall’Enel, ha potuto mettere le mani sui fiumi della Patagonia senza colpo ferire».
«Eppure – ha continuato Orrego – il Cile ha un potenziale tra i più alti al mondo per quanto riguarda le fonti rinnovabili, soprattutto il solare a nord del paese. Se le cinque mega dighe sul Pascua e il Baker dovessero vedere la luce, per oltre un decennio il fabbisogno energetico nazionale risulterebbe saturo e non ci sarebbe alcuno stimolo, alcuna ragione per investire nella ricerca e nelle infrastrutture per le rinnovabili. Ma alle compagnie i progetti idroelettrici fanno più gola per un semplicissimo motivo: l’acqua è gratis».
La mastodontica linea di trasmissione di ben 2.300 chilometri che porterà l’energia idroelettrica prodotta in Patagonia nel Nord del Cile, a tutto vantaggio delle compagnie minerarie che utilizzano il 35 per cento dell’energia del paese, avrà ripercussioni molto serie dal punto di vista ambientale. Inoltre metterà in pericolo alcune popolazioni indigene, tra cui quelle dei Mapuche. Eppure sulla linea di trasmissione non è stato ancora condotto alcuno studio di fattibilità e di sostenibilità ambientale e a tutt’oggi non sappiamo come si intende procedere in proposito.
«Una delegazione della Campagna sarà in Patagonia tra fine ottobre e inizio novembre, nel frattempo uno dei nostri obiettivi è sensibilizzare l’opinione pubblica italiana su un progetto di tale portata», è il messaggio lanciato da Paolo Carsetti del Forum italiano dei movimenti per l’acqua alla fine della conferenza stampa di presentazione della campagna.

ALLARME PESTICIDI NELLE ACQUE

Sono 118, secondo l’Ispra le sostanze pericolose rinvenute nelle acque superficiali e sotterranee del nostro Paese nel biennio 2007 – 2008, con netta prevalenza dei componenti chimici usati nei campi

Ancora troppi pesticidi nelle acque italiane, anche in quelle potabili. Sono ben 118, secondo il rapporto dell’Ispra (Istituto superiore per la protezione e la ricerca ambientale) sul monitoraggio nazionale di queste sostanze, quelle pericolose rinvenute nelle acque superficiali
e sotterranee del nostro Paese nel biennio 2007 – 2008, con netta prevalenza dei pesticidi utilizzati in agricoltura, fungicidi, insetticidi ma soprattutto erbicidi. I dati raccolti dall’Istituto servono per capire come combattere gli organismi nocivi, tutelando gli ecosistemi acquatici, quindi in teoria non c’è controllo sulle acque potabili, ma spesso i corpi idrici interessati sono gli stessie le sostanze trovate pericolose anche per l’uomo, che può ingerirle in forma indiretta attraverso la catena alimentare, quando mangia cibi venuti a contatto con l’acqua contaminata. I campioni analizzati sono stati 19mila 201: per quanto riguarda le acque superficiali hanno mostrato residui ben 518 punti di monitoraggio, il 47,9% del totale, e nel 31,7% dei casi le concentrazioni erano superiori ai limiti previsti per le acque potabili, che sono di 0,1 milligrammi al litro per la singola sostanza e 0,5 milligrammi per i pesticidi totali. Nelle acque sotterranee, invece, i punti contaminati sono stati 556, il 27% del totale, nel 15,5% con concentrazioni superiori ai limiti. In tutto, i ricercatori hanno trovato 118 diversi pesticidi, con prevalenza schiacciante di erbicidi, visto che l’86,7% dei rilevamenti “positivi” hanno riguardato queste sostanze, che vengono sparse direttamente sul suolo, spesso in coincidenza coi periodi più piovosi dell’anno, per cui sono facilmente trasportate nei corpi idrici superficiali e sotterranei. Tra le sostanze, critica la situazione per la Terbutilazina, usata nelle colture di mais e sorgo, con una contaminazione diffusa in tutta l’area padano-veneta e in alcune regioni del centrosud. Il diserbante è stato individuato nel 42,5% dei campionamenti su acque superficiali (per il 23,9% dei casi sopra il limite per l’acqua potabile), e nel 16,4% di quelli sulle sotterranee (il 5% sopra i limiti). Nelle regioni dove l’uso è più massiccio, come Lombardia, Piemonte ed Emilia-Romagna, si arriva oltre l’80% di ac-que a rischio, e più o meno nelle stesse zone si continua a rilevare la presenza di Atarazina, fuori commercio da quasi due decenni. Dai dati del 2008 emerge anche la presenza del fungicida carbendazim e degli insetticidi metomil e imidacloprid, in passato mai rilevati. Le loro elevate frequenze sono da attribuire ai dati della Sicilia, che rispetto agli anni passati ha ampliato lo spettro di sostanze cercate. Come già in passato, nei campioni sono presenti miscele di sostanze, fino a 14 insieme, e vanno quindi considerati i possibili effetti cumulativi di questi mix, come ribadito anche a livello europeo. Nei controlli ci sono ancora grandi differenze tra le regioni, specie sul numero delle sostanze cercate, con monitoraggio più efficace nel nord che al sud.

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